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Intervista

Novembre 2003













"Non amo il concetto di "leader" poichè ritengo che realizzare musica sia una esperienza "collettiva", cioè ogni artista può concorrere con le sue qualità alla realizzazione del progetto. Non sempre ciò accade."


Intervista a Marcello Magliocchi


Pierpaolo Faggiano

Marcello Magliocchi - batterista, percussionista e compositore - è nato a Bari nel 1957. Intraprende la sua attività negli anni '70 al fianco di Roberto Ottaviano, operando nel tempo una personalissima sintesi tra la tradizione percussiva di matrice nera e l'esperienza europea legata a Tony Oxley, Paul Lovens e Han Bennink. Ha prestato il suo suono - ricco di sfumature e di nuances, architettonicamente complesso - a tantissimi musicisti e ha preso parte ai progetti più disparati (dal Mama Quartetto con Jim Dvorak, Carlo Actis Dato e Lelio Giannetto alle performance in gallerie d'arte) preferendo rimanere, ("un po' per carattere un po' per scelta" spiega) sempre dietro i riflettori.

Lo abbiamo incontrato a Monopoli, cittadina in provincia di Bari sede di un'importante Conservatorio dove è attiva una cattedra di jazz presieduta da Gianni Lenoci. "Qui verrò a viverci molto presto - ci ha confessato: è una realtà tranquilla, lontana dal caos, ed ho molti amici, a cominciare da Gianni, al quale mi lega un bellissimo rapporto di affetto e di stima musicale".



All About Jazz: La tua discografia è abbastanza singolare: i dischi da leader si fermano a un paio, mentre imponente è la mole di progetti collettivi. Come mai questa scelta? Che rapporto hai con il far musica?

Marcello Magliocchi: Nel 1983 partecipai alla realizzazione dell'album Aspects (per la Ictus Records di Andrea Centazzo) col sestetto di Roberto Ottaviano (assieme a Paolo Fresu, Carlo Actis Dato, Giancarlo Schiaffini, Franco Feruglio). Il primo lavoro a mio nome Secret Life è del 1985 (C.M.C. Records), l'ultimo, Experience (1979/2002) è stato pubblicato nel 2003 dalla Setole di Maiale di Stefano Giust ed è una raccolta di inediti con artisti vari, realizzati tra il 1979 e il 2002.

I fattori che spingono a pubblicare un disco sono diverse. Devo dire che per quella che è la mia indole e per ciò che riguarda il rapporto che ho con la musica quanto realizzato sinora è lineare; non amo il concetto di "leader" poichè ritengo che realizzare musica sia una esperienza "collettiva", cioè ogni artista può concorrere con le sue qualità (offrendo la sua esperienza, arricchendosi con quella dell'altro ecc.) alla realizzazione del progetto. Non sempre ciò accade. Per mia fortuna (e per scelta) ho lavorato sempre con artisti che mi hanno lasciato libero di esprimermi attraverso i miei suoni e questo è la cosa migliore che possa capitare a chi fa il mio mestiere. Si tratta di stima, maturità, onestà intellettuale...


AAJ: Vogliamo fare un bilancio delle tue collaborazioni?

M.M:
Se dovessi fare un bilancio delle mie collaborazioni devo dire che rifarei esattamente le stesse cose... considerando le scelte personali (ad esempio continuare a vivere nella mia regione, la Puglia) non un ostacolo ma nel mio caso motivo di orgoglio. Privilegiare il rapporto umano, non omologarlo, è la forza che ti fa scoprire, per esempio, di suonare con gioia con Actis Dato (dal 1983) o con Ottaviano (dagli anni '70) o con Lenoci, oppure avvicinarsi con altrettanta umiltà (certo non sottomissione) ad un progetto con orchestra sinfonica, così come suonare con musicisti del calibro di Mal Waldron o Steve Lacy che avevi ascoltato solo sui dischi o creare sculture, strutture sonore.


AAJ: Quali sono i musicisti che ti hanno particolarmente segnato?

M.M:
Ad un certo momento tra i 16 e i 18 anni di età con la maturità relativa a quel tempo ascoltavo (e suonavo) Rock ed altro. Attraverso amici scoprii Davis, Coltrane, Derek Bailey, Han Bennink, ecc... insomma dal jazz afro-americano alla musica europea (colta e non). Sicuramente molti di quei musicisti mi hanno colpito e segnato.


AAJ: Qual è il tuo approccio alla batteria? Cosa cerchi di trarre dallo strumento?

M.M.:
Col tempo ho imparato ad avere un rapporto con il mio strumento molto naturale. È faticoso trasportarlo, montarlo, suonarlo e fare alla fine tutte queste operazioni al contrario; ma se c'è gioia, determinazione, consapevolezza, la fatica ti ricarica. Quando suono cerco di essere più semplice e diretto nell'esprimere un ritmo o un colore, ascoltando il lavoro degli altri musicisti.


AAJ: Cos'è per te l'improvvisazione?

M.M.:
Tutto ciò che accade proprio nella musica improvvisata che altro non è (nelle sue diverse forme) che musica del mio tempo, musica composta all'istante, con i colori che scegli o di cui disponi al momento; in ogni caso l'espressione dell'emozione di quel tempo... (con la speranza che quel concerto o quel disco rimangano nel tempo/memoria).


AAJ: Oggi si parla tanto di "musica trasversale", di "progetti trasversali". Qual è il tuo pensiero al riguardo? A che punto è questo processo secondo te?

M.M.:
Secondo me si abusa di tante cose ed idee, tra queste quella dell'"essere trasversale"... Per restare nel discorso musica ho avuto la fortuna di affrontare collaborazioni diverse e quindi musicare in contesti come il teatro di marionette, il jazz, il teatro, la musica improvvisata. Tutto ciò arricchisce e fa maturare ed è indispensabile secondo me avere un background il più ricco e vario, apre la mente verso nuove direzioni sonore, di impasti di colore, di ritmi... Ma il termine trasversale, pensando alla geometria, mi fa venire in mente una linea retta che taglia qualcosa, io immagino invece una specie di onda sonora, non quadra... presente nella mia vita.


AAJ: Recentemente sei entrato a far parte (dividendo il posto con Vincenzo Mazzone) della Meridiana Multijazz Orchestra, un progetto tutto pugliese voluto da Vittorino Curci, Pino Minafra, Nicola Pisani e Roberto Ottaviano, con l'obiettivo di fondere improvvisazione e linguaggi mediterranei. Ce ne parli?

M.M.: Lavorare con la Meridiana Multijazz Orchestra è per me un onore. È un fatto storico per la regione Puglia. Altrettanto per gli artisti che la compongono. È la testimonianza vivente che artisti così diversi (come indole, scelte professionali, espressive) possano con lo spirito del "gregario", non del leader, lavorare insieme, produrre emozioni, progetti, musica... È la dimostrazione della maturità artistica raggiunta sinora da questi musicisti dei quali (normalmente) non è stata considerata (dalle istituzioni) la storia, non solo personale, l'importanza dal punto di vista umano, il patrimonio, la ricchezza che essi portano come dote (...mi chiedo a volte a chi?). La mia speranza è che questa Orchestra, unione di menti e non solo, sappia guardare avanti e possa affrancarsi, sempre più, da tutto quello che la possa costringere o circoscrivere. Dall'esigenza finanziaria all'appartenenza... tutto ciò letto dal punto di vista artistico e creativo.



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