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Recensione live

Novembre 2003

Oregon
Parco della Musica - Roma - 20.10.2003


Mario Calvitti

Da quando si è stabilito in Italia sono diventate sempre più frequenti le occasioni di sentire Ralph Towner in concerto, in vari contesti musicali, e ogni incontro con questo grande musicista, lungi dal risultare monotono e ripetitivo, finisce per lasciare un ottimo ricordo. Non fa eccezione la recente tournée italiana degli Oregon, a poco più di un anno dalla precedente, che ha visto il gruppo esibirsi per la prima volta nelle sale dell'Auditorium.

Alfieri di un world-jazz cameristico, sviluppato e perfezionato negli oltre trent'anni trascorsi dalla loro formazione, ormai da tempo gli Oregon non propongono novità formali nella loro musica, con la parziale eccezione della dimensione orchestrale di In Moscow (che era peraltro la consacrazione discografica di un'attività già portata avanti fin dall'inizio). L'inserimento di Mark Walker alle percussioni, che succede a Collin Walcott e Trilok Gurtu, ha un po' stemperato le componenti etniche a favore di un jazz classicheggiante molto raffinato basato sui temi lirici del pianista/chitarrista, di fatto leader del gruppo, ma il livello di tutti i musicisti è tale che non si rischia mai la noia. In particolare, stupisce ogni volta la bravura di Paul McCandless nel padroneggiare ogni sorta di strumento ad ancia; i suoi interventi all'oboe e al sax sopranino sono sempre travolgenti, ma non è da meno quando utilizza corno inglese, sax soprano e clarinetto basso. Towner, dal canto suo, è sempre pulito ed elegante negli assoli sia al pianoforte che alla chitarra classica. In questa circostanza è mancata la chitarra a 12 corde, purtroppo sempre meno utilizzata, a favore della chitarra Frame (un'interfaccia MIDI che usa ad un paio d'anni) che si aggiunge alle tastiere elettroniche, protagonista dei due brani nuovi presentati nel corso del concerto, ovvero due parti della suite scritta per l'ultimo festival jazz di Monterey, chiamata per l'appunto "Monterey Suite".

Nel rimanente repertorio si mescolano brani risalenti alla formazione originaria come "Yet to Be", "Distant Hills", "Pepe Linque" e "The Glide" ad altri più recenti come "Joyful Departure" e "Green and Golden". Non manca, come d'abitudine per il gruppo, un brano completamente improvvisato, che testimonia la straordinaria intesa e la capacità di ascolto reciproco dei quattro musicisti. Anche il contrabbassista Glen Moore è protagonista di un paio di interventi solistici, mentre Walker si dimostra sempre più un accompagnatore misurato e sensibile, capace di fornire ai compagni le opportune accelerazioni ritmiche, come di sottolineare con delicatezza i momenti musicali più pacati.

Sicuramente le doti principali del gruppo, al di là della bravura dei singoli, sono l'equilibrio e l'integrazione raggiunti dai quattro componenti, che fanno sì che ogni brano sia affrontato ogni volta con precisione ed entusiasmo, in modo tale da consentire un ascolto sempre rinnovato. E la trasversalità della loro proposta musicale li rende una band di culto al di fuori di etichette e correnti.

Sito degli Oregon:
www.oregonband.com




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