Novembre 2001
"Oggi suonare
"free" può voler dire essere liberi di contaminare la propria musica con influenze diverse,
essere capaci di assorbire gli innumerevoli stimoli musicali e non, dai quali siamo costantemente
bersagliati"
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Intervista a Claudio Lodati
Paolo Curtabbi
Figura di spicco del panorama jazzistico nazionale e di quello torinese in particolare (dove
ormai ricopre un ruolo storico) il chitarrista Claudio Lodati si avvicina a festeggiare i
trent'anni di attività musicale.
In realtà, come tutti i musicisti che rifuggono le categorie, non
ama definirsi un jazzista, termine per lui un po' desueto, attribuitogli per lo più grazie alla sua
militanza nello storico quartetto Art Studio (gruppo che proprio il jazz canonico ha sempre inteso
interpretare in modo molto eterodosso) dove si è distinto soprattutto come compositore.
A conferma di questa sua identità "transgender", vi sono i suoi personalissimi lavori di
approfondita ricerca sulle potenzialità del suo strumento e sulle sconfinate ed interattive
esplorazioni sonore con un inusuale approccio melodico. Sempre con il jazz dietro l'angolo
ma non solo.
L'abbiamo incontrato in occasione del concerto torinese degli Alienstalk [per leggerne la recensione
clicca qui], uno dei suoi
ultimi progetti, e con la sua tipica cordialità ha accettato di offrirci uno spaccato della
sua carriera musicale.
Claudio Lodati: Sono nato a Torino il 28 gennaio del 1954 in un inverno ricordato tra i più freddi
del secolo appena trascorso. Credo di aver respirato musica fin dai primi mesi di vita, con la
radio sempre sintonizzata su programmi musicali, il pianoforte suonato da mio padre durante le
feste con parenti ed amici (Verdi, Puccini, romanze famose...) e la presenza costante del
ricordo del nonno materno musicista, mai conosciuto in vita ma così presente nei racconti
di mia madre che risalivano all'epoca del cinema muto quando la colonna sonora a commento
del film era suonata col pianoforte direttamente nella sala cinematografica.
Questi racconti immersi nell'atmosfera della Torino di inizio secolo mi davano una strana
sensazione di incombente destino... inevitabilmente all'età di sette anni iniziai lo studio
della musica e del pianoforte, in casa c'era ancora lo strumento del nonno con struttura
interna in legno, due grossi candelabri e una foto di lui che osservava dall'alto... un po'
inquietante!
Poi, la svolta.
Arriva il "Beat"! Capelloni, Hippies, chitarre, Rolling Stones. Che succede? Un altro
mondo! In più, complice un parente, arriva una chitarra in casa, con conseguente atmosfera di
lutto in famiglia, dove la vera musica era rappresentata dal pianoforte.
Ma oramai era fatta, le mie dita sanguinavano per le ore trascorse sulla tastiera, le orecchie
si aprivano al rock (Hendrix, Led Zeppelin, Janis Joplin e tanto
rhythm and blues, James Brown, Joe Tex, Wilson Pickett)... I primi
complessi (così si chiamavano i gruppi allora) le prime esperienze dal vivo a scuola e in concorsi
vari. Verso i vent'anni la scoperta del Jazz grazie ad un mio zio chitarrista/bassista
che suonava professionalmente in locali da ballo e night clubs. Wes Montgmomery,
Coleman Hawkins, Miles Davis e altri grandi musicisti aprivano in me possibili
orizzonti. Ma uno spettro si aggirava sugli USA e sull'Europa... lo spettro del free jazz!
All About Jazz: E questo spettro come è arrivato?
C.L.: Ora di cena: stavo seduto a tavola e la radio era accesa su RAI3.
Improvvisamente una musica mai sentita! Un'attrazione improvvisa. una sorta di illuminazione.
Era quello il suono che stavo cercando! Steve Lacy, Mario Schiano, Marcello
Melis e altri che non ricordo, ma ricordo perfettamente che andai a dormire con la
sensazione di aver trovato una strada nuova e fantastica da percorrere. Misi da
parte per un certo periodo ogni altra musica, rock compreso, e iniziai la ricerca, non
priva di difficoltà, dei dischi di Ornette Coleman, Art Ensemble of Chicago,
Cecil Taylor, Albert Ayler, Anthony Braxton, Shonny Sharrock e gli
europei di quella che è stata definita "Creative Music", Derek Bailey, Peter
Brotzmann, Paul Rutheford, la Globe Unity.
Intanto, nel 1974 a Torino, alcuni loschi individui stavano per dar vita ad un gruppetto
destinato ad avere un lungo futuro...
AAJ: Loschi individui che non conoscevi ancora?
C:L.: Il germe dell'Art Studio parte da molto lontano, addirittura dalla scuola media
inferiore, dove il sottoscritto ed Enrico Fazio erano compagni di classe. Abbiamo iniziato
insieme il lungo cammino della musica attraverso molteplici esperienze. Un po' di anni
dopo (intorno al 1972/73) conoscemmo un batterista di nome Fiorenzo Sordini (allora
irriconoscibile rispetto ad oggi. Magro e vestito alla Gil Cuppini!). Per qualche tempo
suonammo in trio trovando subito grandi affinità, ma qualcosa mancava al sound che avevamo
in mente.
Un bel sax!
Dopo mesi di ricerche e prove con diversi sassofonisti entrammo in contatto tramite un'inserzione
con un tipo "strano" di aspetto dimesso e di poche parole che citava Coltrane,
Albert Ayler, Art Ensemble...dopo pochi minuti di prove insieme era fatta! Carlo
Actis Dato suonava il tenore come un diavolo e l'intesa tra di noi era perfetta.
Eravamo nel 1974 e nacque così l'Art Studio.
AAI: L'Art Studio però, e sin dall'inizio, non fu solo un "gruppo musicale"...
C.L.: Dopo l'LP d'esordio del 1977 Art Studio edito dalla Drums Rec.
di Torino (con le note di copertina scritte da Gian Carlo Roncaglia, che fu in qualche modo
il nostro scopritore durante le nottate passate a suonare al mitico Swing Club di via
Botero) sentimmo l'esigenza di compattarci maggiormente e di "fare qualcosa" per smuovere la
situazione non certo rosea in cui versava un certo tipo di musica in Italia.
Fondammo così nello stesso 1977 la Cooperativa CMC (Centro Musica Creativa) con lo
scopo di promuovere e sostenere il jazz contemporaneo e la musica di ricerca attraverso attività
concertistiche, didattiche, editoriali e di migliorare le condizioni di lavoro dei musicisti
italiani. Un anno dopo, nel 1978, la CMC diventa anche etichetta discografica e pubblica,
tra gli altri, quattro dischi dell'Art Studio tra il'78 e l'86. L'attività della CMC è
andata avanti per un ventina d'anni collaborando con enti locali, istituzioni, ecc. e
attualmente è in uno stato di "ibernazione" ma pronta a sciogliere i ghiacci appena le
condizioni saranno favorevoli. In ogni caso, l'etichetta discografica continua la
pubblicazione di un numero limitato di titoli anche se dal disco Onde del
1987 fino all'ultimo Off Limits del '98 l'Art Studio viene prodotto dalla
Splasc(H) Records di Peppo Spagnoli.
AAJ: "Off Limits" ha decretato, con gran successo, il ritorno dell'Art Studio.
C.L.: In questo disco si ritorna al quartetto originale dopo le incisioni con la
cantante/pianista di Detroit Irene Robbins (mia ex moglie), che compare in tre dischi,
Paralisi, Presagio, Pensieri dal 1981 al 1986 e poi Tiziana
Ghiglioni (Onde) più le collaborazioni con altre cantanti (Tiziana
Simona, Ellen Christi - per leggere la recensione del disco Vocal Desires
clicca qui).
Off Limits è un condensato delle nostre esperienze
individuali e del cammino personale di ognuno di noi. La musica dell'Art Studio credo che
rimanga tra gli esempi più nitidi per quanto riguarda l'originalità delle composizioni da
sempre mie e di Carlo (l'eccezione è "Off Limits" dove compaiono anche tre pezzi di Enrico)
sviluppate ed elaborate in modo collettivo con il prezioso apporto di ognuno di
noi e l'inserimento dell'improvvisazione, pensata sempre in modo compositivo (peraltro
sui dischi dell'Art Studio la percentuale di musica scritta è superiore a quella
improvvisata... altro che free jazz!). Il cammino della CMC e dell'Art Studio è stato
ovviamente parallelo e di reciproco supporto, facendo da fulcro per tanti altri musicisti che,
in periodi diversi, hanno camminato al nostro fianco condividendo con noi speranze, delusioni
ma, anche, piccole-grandi vittorie.
AAJ: Qual è stato e qual è il vostro ruolo, il tuo in particolare, all'interno dell'Art
Studio e della CMC?
C.L.: I nostri ruoli sono sempre stati intercambiabili, un vero lavoro di squadra a rotazione.
Attualmente Enrico ed io vagliamo le proposte che ci pervengono per l'etichetta discografica.
Per l'Art Studio invece, come ho già detto, il mio contributo credo sia stato importante a
livello compositivo e di organizzazione del materiale sonoro, sempre comunque in sintonia
con il resto del gruppo (tengo molto a sottolineare questa particolare nostra propensione
al lavoro collettivo... ogni minimo particolare degli arrangiamenti e delle sonorità che si
possono ascoltare sui dischi venivano concordati da tutti e con il contributo di tutti dopo
innumerevoli prove e riprove). Insomma, non c'era, e non c'è, un vero leader.
AAJ: Qual è oggi lo stato di salute della CMC? Come inquadri una realtà, sostanzialmente
autogestita come questa, con le esigenze e le problematiche dei musicisti di oggi?
C.L.: La CMC oggi non è più Cooperativa ma Associazione. Questo per una semplificazione
della gestione e per un minore impatto dello sforzo economico. La trasformazione della ragione
sociale ha coinciso con uno stand by dell'attività, dovuto principalmente al fatto di far
coincidere i nostri aumentati impegni con la gestione di una "cosa" complessa e difficile da
far funzionare veramente. Come giustamente ricordavi, la CMC si è occupata di molti aspetti
della vita musicale compresi quelli tristemente burocratici e certo oggi il "sentire"
dei musicisti che gravitano intorno al mondo del jazz in Italia è un po' cambiato rispetto agli
anni '70 così come è cambiata la società intorno e soprattutto, altri tipi di musiche e forme
d'arte si sono n qualche modo appropriate delle tematiche sociali/politiche (vedi l'hip hop ma
anche il pop). Ma poi, siamo sicuri che anche in passato il jazz sia stato portatore di chissà
quali messaggi se non inconsciamente o ingenuamente impliciti (penso al Be Bop, così
rivoluzionario, così ricco di significati "politici") e non, invece, più della
stessa musica, l'ambiente intorno non sia sempre stato un po' elitario, troppo orgogliosamente
chiuso in se stesso, oserei dire borghese e soffocante? Ci vorrebbe molto più del tempo di
una intervista e una lunga e meditata analisi socio/politica per affrontare queste tematiche
legate ad un secolo di avventura musicale.
AAJ: Nella presentazione di "Appesi a un filo" e "Blue Gulf Stream" però fai
espliciti riferimenti politici e sociali....
C.L.: Io credo che la musica non possa che essere "politica" e nei due dischi con il chitarrista
Maurizio Brunod i riferimenti sociali e le dediche si fanno più espliciti anche grazie ad
un repertorio che prende spunto da temi etnici di diversi paesi e tradizioni musicali. Quanta
parte dell'umanità è "appesa ad un filo", tra la vita e la morte, umanità a cui tutto è
stato negato, anche il primario diritto alla sopravvivenza?
AAJ: Come intendi la composizione?
C.L.: Il modo di concepire la composizione e la conseguente improvvisazione nel jazz
deriva certamente dall'uso/abuso degli standards che, per la maggior parte, almeno
in un primo tempo, erano canzoni americane tratte da musicals, da colonne sonore e cosi via.
Dobbiamo arrivare a Parker per concepire temi originali scritti apposta per l'improvvisazione
(quasi delle pre-improvvisazioni pretestuose) pur sfruttando comunque progressioni
armoniche già esistenti, affrontate tuttavia in modo diverso e rivoluzionario.
In questo modo sembra difficile uscire dagli schemi tipo AABA - AAB con progressioni
armoniche spesso uguali e con l'esigenza comunque di suonare il tema almeno un paio di
volte (altrimenti a cosa serve?) e quindi eccoci a TEMA-IMPRO-TEMA. qui però devo
dire che negli USA mi è capitato spesso di ascoltare gruppi mainstream dove il solista
inizia praticamente subito ad improvvisare senza quasi enunciare il tema della canzone
tanto questa è familiare al pubblico e facilmente riconosciuta dopo poche note... un po'
alla Jarrett per intenderci. A mio parere, per uscire da queste gabbie occorre pensare
l'improvvisazione come parte integrante della composizione e modificare completamente
il proprio approccio al materiale sonoro (un esempio illuminante è il magnifico disco
Holding Togheter di Oliver Lake del 1976).
Personalmente ho sempre cercato di lavorare in questo modo fin dagli esordi con l'Art Studio e
mantenendo questa attitudine anche nei progetti personali che sono seguiti. Il "tema-impro-tema" a
cui comunque siamo un po' tutti affezionati, spesso non viene abbandonato completamente ma anche
quando c'è, è vissuto in modo diverso.
AAJ: Hai citato numerose cantanti che hanno accompagnato la tua carriera, come mi spieghi
questa attenzione alla voce umana?
C.L.: Perché tante voci femminili nella mia musica? Forse perché mi piacciono le
donne... e le cantanti, tanto da sposarne una molti anni fa. A parte gli scherzi, è proprio con
Irene Robbins che ho cominciato ad apprezzare l'inserimento della voce femminile nella mia musica
andando a sottolineare una sorta di lirismo che amo fortemente e che credo sia un po' la
firma di molte mie composizioni e del mio modo di improvvisare. Altre cantanti come
Tiziana Ghiglioni e Tiziana Simona per l'Art Studio e poi Maria Pia De Vito,
Ellen Christi con cui lavoro da 15 anni e ultima in ordine di tempo la francese Pascale
Charreton, hanno accompagnato il mio lavoro in questi anni. Credo, tra l'altro, che il suono
della mia chitarra si sposi bene con la voce, da cui trae ispirazione.
AAJ: Continuiamo con gli strumenti. Dalla presenza vocale a quella della chitarra.
Quale significato ha il termine Dac'Corda e quali gli intenti di questo progetto che vede la
chitarra in primo piano?
C.L.: Dac'Corda è un simpatico gioco di parole tra d'accordo e corda, quindi
"corde che vanno d'accordo"... un significato molto profondo. Il progetto sulle corde
nasce in embrione molto tempo addietro, inizialmente in duo con Enrico Fazio, poi in trio
con il violoncellista americano Tristan Honsinger, continua in duo con il chitarrista
Massimo Enrico, poi trio con Brunod ed è a questo punto, siamo intorno al '83'-'84 che
prende il nome di Dac'Corda. Nell''88 uscirà il primo disco Voci. In seguito Chance
e Corsari. La presenza della chitarra è prevalente ma altri strumenti a
corda -contrabbasso, violoncello, voce (corde vocali) oltre a percussioni, fisarmonica (il
grande Antonello Salis) sono della partita e si alternano in questa formazione aperta,
in periodi e situazioni diverse. La collaborazione in duo con Maurizio Brunod, mio ex allievo di
un po' di anni fa, prende una strada parallela, quasi una costola di Dac'Corda, dove le due
chitarre si riflettono una nell'altra in un gioco di specchi e di rimandi, di reciproca e
stimolante sollecitazione. Il duo è diventato trio nel CD Blue Gulf Stream con la
presenza della cantante Pascale Charreton [per leggere la recensione di questo disco
clicca qui].
AAJ: A proposito di tradizioni e culture musicali di paesi diversi, mi racconti delle tue
ultime tournèe, quella nei paesi dell'est europeo e quella in Senegal? Oltre ai diversi approcci
alla musica suonata e alla sua fruizione da parte degli ascoltatori, penso che tu abbia
trovato molti spunti per ri-considerare la tua musica? O no?
C.L.: Ho avuto la fortuna di suonare anni fa con Dac'Corda nell'ex Yugoslavia, in
particolare nel Kossovo e in Serbia al festival internazionale di Belgrado e poi alcune volte
in Slovenia. Più recentemente con Alienstalk sono stato nel nord della Polonia per una
serie di concerti. La prima cosa che ho avvertito e che in qualche modo accomuna queste esperienze è
una certa atmosfera piena di entusiasmo e calore. Il pubblico risponde in modo inaspettato ed
entusiasta. A Stettino, in Polonia, ci sono stati richiesti tre bis e il tifo era da concerto
rock! Ma la musica non era certo di facile fruizione... evidentemente l'emozione era passata e
condivisa dalle persone e ci tornava come un boomerang e per me questo è fantastico!
Altro discorso per il Senegal dove ho suonato con Ellen Christi, Fiorenzo Sordini e sei
musicisti senegalesi tra cui il bassista di Youssou N'Dour, Habib Faye. In questo
caso abbiamo cercato di unire la nostra musica con quella tradizionale indigena e il risultato è
stato accolto con grande favore e rispetto. Il rapporto tra noi musicisti è stato immediatamente
positivo e pieno di calore. Ho capito ancora una volta che, quando tutto fluisce nel modo
giusto senza preconcetti e barriere da parte del pubblico e la musica vive nella sincerità da
parte dei musicisti, anche la proposta più "ostica" può arrivare al cuore e creare emozioni.
Questo è ciò che conta, questo filo immaginario che unisce e si autoalimenta. purtroppo
non sempre il miracolo si compie.
AAJ: Ci sono motivazioni più complesse che forse spiegano anche il tuo approccio, molto
melodico e poco ritmico, alla musica?
C.L.: Il mio approccio melodico alla chitarra, nel senso che suono più note singole che
accordi, è conseguente al discorso che facevo prima sul lirismo e sulla melodia (tornano
le reminiscenze operistiche), ma anche alla mia particolare attenzione agli strumenti melodici
per eccellenza della tradizione jazzistica, sassofoni e trombe, durante gli anni della
formazione. Volevo imitare gli strumenti a fiato come avevo sentito fare a Charlie
Christian e suonare come loro e per ottenere questo ho anche evitato di ascoltare chitarristi
per un lungo periodo. In passato ho lavorato spesso con batteristi "aperti", un po' derivati
dalla "scuola" di Andrew Cyrille e con ritmiche in genere dialoganti tra di loro e
con i solisti. Ultimamente sono anche molto interessato all'aspetto ritmico costante
e alle possibili applicazioni sulla mia musica attraverso batterie e loops elettronici, ma
anche ricorrendo ad una ritmica di basso e batteria, con caratteristiche che vadano
in questa direzione.
AAJ: Ti riferisci al gruppo Aliens Talk? Anche questo è un gruppo di corde...
C.L.: Mi riferisco ad Alienstalk dove alcuni degli aspetti che descrivevo sono
presenti, ma anche al lavoro che sto completando proprio in questi giorni al quale mi sono
avvicinato dopo molti anni di titubanze e ripensamenti: un disco "solo". Qui sperimento
appunto loops, basi ritmiche, campionamenti di batterie e percussioni a sorreggere in
qualche caso le mie sortite melodiche. Mi sono divertito a provare cose diverse (canto
persino!) e ho cercato di far convivere le mie diverse anime, con quale risultato
ancora non lo so!
AAJ: Non sei mai stato tentato per esempio da certo rock estremo o dalla
musica contemporanea?
C.L.: Certo! Anni fa ascoltavo e coltivavo con una certa attenzione la musica
classica contemporanea, oggi sono attratto da un certo rock estremo (conosci i Sepultura? e
i vecchi MC5.. di Detroit. Te li ricordi?) pieno di una carica energetica di grande
potenza (un ritorno al mio passato giovanile?). John Zorn ha saputo inglobare magistralmente
anche questo nel suo Naked City. Non disdegnerei oggi anche qualche esperienza con
batteristi con venature rock!
AAJ: Fino ad ora abbiamo parlato molto di una influenza jazzistica, riconducibile a quella
che una volta si definiva "free". Esiste, secondo te, una definizione "moderna" di
free jazz?
C.L.: Bisogna innanzitutto capire cosa diavolo è questo free e se mai è esistito.
Se free vuol dire suonare senza un ritmo prestabilito o senza alcun riferimento armonico
o melodico o quant'altro... già si deve fare una distinzione tra il "jazz libero" nord
americano (dove la pulsione ritmica è quasi sempre presente e spesso anche un centro tonale) e
la cosiddetta 'creative music' europea che si pone in modo più astratto e vicino a sonorità legate
ad una certa musica colta classica contemporanea (pur con un evidente approccio totalmente
diverso), ma qui il discorso si farebbe veramente lungo e complicato. Quello che desidererei
sottolineare invece è che ogni forma di improvvisazione, anche la più radicale, si avvale
di un linguaggio conscio/inconscio e di una gestazione interiore da parte dei musicisti,
fino a quando, nel momento dell'esecuzione, essa è già in qualche modo scritta. Oggi suonare
"free" può voler dire essere liberi di contaminare la propria musica con influenze diverse,
essere capaci di assorbire gli innumerevoli stimoli musicali e non, dai quali siamo costantemente
bersagliati.
AAJ: Quest'ultimo concetto entra di diritto nei tuoi programmi didattici?
C.L.: Mi dedico all'insegnamento da oltre vent'anni. Ho lavorato un po' dappertutto,
enti pubblici, scuole private, circoli ARCI, nelle carceri (per tre anni in un programma di
recupero per reati legati alle tossicodipendenze). Oggi sono docente ai Corsi di Chitarra jazz per
la Scuole Civica Musicale della città di Torino (da 15 anni) e, sempre a Torino,
all'Associazione Culturale PercStudio.
Ai miei allievi cerco soprattutto di trasmettere entusiasmo e gioia per la musica, cercando di far
comprendere che le nozioni tecniche sono un punto di partenza e non di arrivo. Li spingo a
trovare una loro personalità attraverso un approccio il più possibile creativo indicando varie
possibili strade (saranno poi loro a scegliere la più consona per la propria sensibilità e
attitudine). Ho studenti che suonano in gruppi jazz, rock, pop, ecc.
AAJ: Come ti poni nei confronti della fruibilità della tua musica? Intendo dire che
quando si rifiutano certe caratteristiche di riconoscibilità al linguaggio musicale, il rapporto
comunicativo artista/pubblico si fa più difficile. Ci pensi spesso quando componi e/o
suoni?
C.L.: Credo di aver già risposto precedentemente quando alludevo al fluido
emozionale che deve passare tra l'artista e il fruitore, condizione indispensabile per una
reale comunicazione. Se tutto ciò avviene con sincerità e senza strizzatine d'occhio, allora il
miracolo è compiuto! Solo le emozioni possono far superare gaps di impreparazione e di
non abitudine all'ascolto di determinate cose. Io spero molto in questo, non possiamo rivolgersi
solo a chi è già preparato all'ascolto. Quante volte mi è capitato di essere avvicinato dopo
un concerto da persone che mi dicono che la loro percezione della realtà è cambiata, che non
hanno mai ascoltato niente di simile ma, toccate da questo, mi ringraziano.
La mia fatica non è stata allora inutile. Ho cominciato a suonare per uscire dal mio io
conscio e poter comunicare con gli altri in una diversa e più profonda dimensione. Penso
spesso a queste cose quando suono e compongo.
AAJ: Torniamo agli Alienstalk, mi piacerebbe sapere come viene impostato il lavoro
all'interno del gruppo.
C.L.: Alienstalk è una delle situazioni a me più care in cui lavoro attualmente. Certo
le differenze tra un gruppo come l'Art Studio e questo sono notevoli. La sua
specificità è l'approccio "totale" all'improvvisazione e una sonorità molto particolare
data appunto dalla strumentazione utilizzata (scelta proprio per le inusuali possibilità
timbriche). Parlerei anche di una intesa molto profonda che ci accompagna durante le performances.
Dall'inizio di questa esperienza iniziata circa cinque anni fa, ci sono stati leggeri cambiamenti
per quanto riguarda l'impostazione del lavoro. In un primo tempo utilizzavamo piccole strutture
tematiche, degli input preordinati dai quali far scaturire le improvvisazioni.
Man mano che la nostra conoscenza si approfondiva è venuto naturale abbandonare quasi totalmente
ogni forma precostituita per tuffarci ogni volta in un viaggio sconosciuto (è come entrare in
un bosco e lasciarsi guidare dall'intuito, seguire piccoli sentieri, curiosi e
sottilmente eccitati). Anche l'elettronica è entrata più prepotentemente a far parte di
questa avventura. ma domani, chissà quale strada prenderà Alienstalk!
AAJ: Puoi dirmi qualcosa di più a proposito di questa esperienza solitaria prossima ventura?
È la classica "maturazione" artistica o voglia di qualcosa di veramente diverso dal
passato?
C.L.: Non so se è una maturazione (certo un po' spero che lo sia), credo sia
semplicemente una tappa del mio cammino musicale e di vita. Rappresenta per me più un punto
di partenza che di arrivo (ma poi. dove si arriva mai?). Mi sono avvicinato a questa
esperienza dopo anni di ripensamenti e rinvii, non senza un certo timore (per certi versi è
come se fosse il mio primo disco, come iniziare tutto da capo), mi sono veramente messo a
nudo lasciando trasparire molte facce, anche apparentemente molto diverse tra di loro, ma che
mi rappresentano tutte. Non per niente il disco (oggi non so ancora per quale etichetta uscirà) si
chiamerà Secret Corners.
AAJ: Hai altri interessi artistici che coltivi in secondo piano? Cosa pensi delle
sinergie tra la musica e le arti visive e perché non ti ci sei dedicato?
C.L.: La fotografia!
In passato (e parlo di circa 25 anni fa), ho lavorato un anno in un importante studio
di foto di pubblicità e moda di Torino. Oggi ho anche dei progetti nel cassetto a riguardo, ma
mi manca il tempo necessario a svilupparli (il termine mi sembra proprio adatto all'argomento)...
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda mi chiedo se sei un veggente, perché proprio
in questi giorni sto lavorando alla nascita di un progetto che unirà musica e scultura
insieme ad una artista di Torino, il tutto coordinato da Silvana Barbalato (mia
moglie). Sono molto interessato alle sinergie tra la musica e altre forme d'arte, in passato
ho avuto qualche esperienza a riguardo ma oggi vorrei veramente sviluppare e concretizzare
qualcosa di importante, anche offrendo la mia musica a commento di immagini, films, ecc.
Il mio recente lavoro "in solo" va anche in questa direzione.
AAJ: Niente a che fare dunque con Dac'Corda.
C.L.: Il progetto è in solo così come il disco, ma mi piacerebbe integrarlo anche
in situazioni multimediali, come appunto l'abbinamento a immagini, proiezioni, esposizioni d'arte,
ecc. Per Dac'Corda ho in cantiere un nuovo gruppo che vedrà, tra gli altri, la riconfermata
presenza di Giovanni Maier, eccezionalmente al basso elettrico!
AAJ: Che ne sarà dell'Art Studio?
C.L.: In questo momento non so dirti niente di preciso, ognuno di noi è immerso in
tante situazioni, ma posso affermare che l'Art Studio non è morto (il quasi recente
Off Limits lo testimonia come pure la ristampa del cofanetto Splasc(h) e di Onde con
Tiziana Ghiglioni. Se un buon manager (ne esistono?) vuole farsi avanti è il benvenuto, dopo
le ultime esperienze alquanto negative avute in proposito... Mi stupisco sempre quando sono
in giro a suonare all'estero dell'attenzione e delle tante domande che mi pongono appassionati
e giornalisti sull'Art Studio soprattutto negli USA (entrando nell'Auditorium di Philadelphia dove
ho suonato alcuni anni fa con Alienstalk fui colpito dalla musica di sottofondo... era un
pezzo contenuto appunto in Onde!).
La ristampa di 4 LP su CD (Complete CMC Sessions) di cui parlavo prima è stata votata
sull'americano Cadence Magazine da diversi critici come la migliore o tra le migliori
ristampe dell'anno a livello mondiale, come pure su Musica Jazz). Su un sito Web ho
letto dell'Art Studio definito gloria nazionale....non sto scherzando...
AAJ: Nonostante questo, c'è qualcuno col quale avresti voluto suonare? Hai qualche
bell'aneddoto su qualche incontro musicale curioso?
C.L.: ...uno su tutti, Ornette Coleman! Il suo fraseggio melodico
in continua tensione, affilato come una lama e imprevedibile come il volo di una piuma mi
ha sempre affascinato e ispirato. Di incontri curiosi e particolari se ne fanno molti in questo
ambiente, ma vorrei ricordarne uno importante per l'aspetto umano oltre che musicale.
Parlo di un giovane Massimo Urbani, fine anni '70, al già citato Swing Club di Torino.
Jam session rovente e dopo a parlare tutta la notte o meglio, ad ascoltare un lungo ed
appassionato monologo, quasi uno sfogo, sulla sua vita, l'infanzia, la musica... mi colpì
profondamente.
Sito di Claudio Lodati: www.lodati.com
Fotografie di Mariangela Palmisano (www.artemysia.it)
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