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Intervista

Ottobre 2004

Intervista a Simone Guiducci


Angelo Leonardi

All About Jazz: Il nuovo disco del Gramelot Ensemble, Dancin' Roots, è animato da una chiara tensione contemporanea e ingloba illustri nomi d'avanguardia nelle sua consueta ricerca sul folklore italiano. In questo senso mi sembra il logico sviluppo di Chorale.

Simone Guiducci: Mi fa piacere che si colga il senso di una evoluzione nella traiettoria del progetto "Gramelot".
Credo in effetti che il gruppo sia riuscito a mantenere stabile nel tempo due caratteri fondamentali: da una parte la "sonorità", fortemente ispirata alle orchestrazioni tipiche dei gruppi di musica popolare italiana; dall'altra la prassi di lavorare su materiali melodico-ritmici derivanti, almeno in partenza, dalla musica folk del Nord-Italia. È vero, però, che col passare del tempo la delimitazione "padana" (nel senso migliore del termine, beninteso) si è via via incrinata in favore di una apertura verso l'esterno.

Questo soprattutto per la naturale predisposizione dei singoli musicisti del gruppo verso forme di libera improvvisazione, per loro natura "irrispettose" nei confronti dei canoni statici del folk.

Negli ultimi anni la comunicazione sempre più fitta e proficua con musicisti "esterni", come Ralph Alessi, Erik Friedlander, Chris Speed, ha arricchito progressivamente la nostra ricetta e ci ha permesso di inglobare anche nuove modalità nell'affrontare il materiale di ispirazione popolare, aspetto che rimane comunque alla base del nostro lavoro.
Alla fine abbiamo sviluppato un approccio sempre meno rispettoso dei dettami tradizionali ma molto più stimolante per noi.

Vorrei aggiungere che è molto difficile incontrare musicisti del versante folk ben disposti verso le contaminazioni fra linguaggi (anzi nell'ambito folk il musicista che innova viene spesso visto come trasgressore e traditore), mentre le caratteristiche di musicista senza frontiere, curioso esploratore di nuovi linguaggi e slegato da pregiudizi "geografici", corrispondono esattamente all'identikit del "libero improvvisatore di formazione jazzistica", quindi ad artisti come Alessi, Friedlander, Speed e, ovviamente, Don Byron, ospite in Dancin' Roots.
Entrare in contatto con loro è stato per tutti noi una fortuna ed un occasione di crescita notevole.


AAJ: È stato Ralph Alessi, con cui hai già collaborato, il tramite per coinvolgere nel progetto Don Byron ed Andy Milne? Come ti sei trovato, umanamente e musicalmente, con questi artisti?

S.G.: È chiaro che la grande curiosità e la stima di Ralph Alessi verso il Gramelot sono stati elementi determinanti per l'elaborazione del nuovo progetto. Mentre registravamo per il precedente disco Chorale i due pezzi con lui come ospite, ci eravamo resi conto dell'immediata sintonia scaturita fra lui e il gruppo. Fra i vari pezzi del vecchio disco, a cui avevano partecipato anche Chris Speed ed Erik Friedlander, erano quelli con Ralph a colpire maggiormente la nostra immaginazione. L'alchimia fra il timbro del gruppo e il suo personalissimo suono di tromba; la sua liricità unita all'assoluta modernità dello stile. contribuivano davvero alla tavolozza del Gramelot: in pratica si percepiva non uno special guest ma un membro effettivo del gruppo.

Nel corso del 2002 e del 2003 ho dedicato molte energie ad organizzare tour dal vivo con Ralph Alessi ed ogni volta sentivo perfezionarsi l'amalgama con il Gramelot. Così avevamo deciso insieme di registrare un intero disco con lui come ospite. La conferma della stima e dell'interesse di Ralph a partecipare da membro stabile alle dinamiche del gruppo è però venuta dalla sua adesione all'idea di far ascoltare a Don Byron il nostro materiale, e verificarne l'interesse.


AAJ: Che, visti gli sviluppi, ha apprezzato il lavoro.

S.G.: Confesso la mia sorpresa per l'entusiastica reazione di Don Byron e anche di Andy Milne (che ha poi preso parte alla registrazione di un solo brano) all'idea di dare vita ad una collaborazione. Ciò è che successo mi ha fatto capire che quando si ha che fare con innovatori, con artisti che non hanno mai messo paletti alla propria espressione artistica, è assai facile trovare un livello di comunicazione spontanea, assolutamente al di là dei contratti discografici e roba di questo tipo. Ricordo bene, ad esempio, nel corso dell'incisione, quando non avevo previsto che Don Byron suonasse nel brano "Chorale n. 2" (dove Andy Milne peraltro prende un solo intensissimo), Don Byron stesso mi ha ribattuto d'istinto che gli sarebbe piaciuto inserirsi nel collettivo anzichè tacere come era previsto. Un segno che la situazione magmatica, un po' "mingusiana" che s'era prodotta in sala d'incisione gli andava particolarmente a genio. In studio ha regnato un' atmosfera di sperimentazione e di relax, i cui risultati, almeno a parer mio, si percepiscono molto bene.


AAJ: Nelle note di Dancin' Roots scrivi: "Il libero circolare delle idee e delle culture è la nostra frontiera, ed anche il nostro vantaggio ed il nostro limite". Puoi spiegarti meglio?

S.G.: È un discorso ampio, che riguarda la consapevolezza per noi di non poter suonare vera "musica di radici". Il nostro folklore è per forza di cose un "folklore immaginario" costruito su memorie che riaffiorano, rielaborazioni e libere ispirazioni di melodie e ritmi che vengono dalla musica popolare, anziché su una interpretazione di forme musicali arcaiche e tramandate per via orale. Ho riflettuto su questi argomenti anche grazie al fatto che i lavori del Gramelot sono da anni pubblicati da un'etichetta, la Felmay, che si occupa principalmente di musica etnica e world music. Se Cantador, Chorale e anche l'ultimo CD sono inseriti nella collana NEWS di questa etichetta, il grosso del loro catalogo è invece costituito dalla collana ROOTS. Qui trovano spazi grandissimi artisti folk pressochè sconosciuti come il clarinettista bulgaro Yasko Argirov, il tablista indiano Sankha Chatterjee, la suonatrice kazhaka di akku (una sorta di violino) Raushan Orazbaeva, al fianco di altri più noti come Tenores di Bitti.

Rimane vero che la sonorità del Gramelot prende ispirazione dal suono della musica popolare italiana, ma l'approccio è necessariamente lontano da quello che muove i gruppi di musica etnica. Da una parte invidio la purezza dell'espressione di artisti che "sanno suonare solo la loro musica perché quella gli è stata tramandata"; dall'altra accetto la dimensione di persona che vive in una società costituita da mille etnie che comunicano, com'è il mondo occidentale. Come accennavo nelle note al disco, nell'epoca e nella realtà in cui ci è capitato di vivere, mi appare impossibile ed assurdo chiudersi nell'autocelebrazione etnica, anche se la conoscenza profonda delle proprie radici può aiutare a sentirsi più forti e liberi di comunicare con le "culture altre".

Fra queste ultime metterei in primo piano la tradizione del jazz, ma anche la cultura del flamenco o quella dei raga indiani per fare due esempi. Certo è che il jazz, tra le "musiche del mondo", è di gran lunga la più "contaminata" fin dai suoi inizi e, grazie alla straordinaria evoluzione che caratterizza la sua storia, offre più possibili varianti di linguaggio.


AAJ: Con l'uscita di questo disco il Gramelot Ensemble festeggia dieci anni di vita. Mi sembra un bel traguardo, in un'epoca in cui molti organici vivono appena il tempo di un'incisione. Come spieghi questa singolare longevità?

S.G.: È una fortuna aver azzeccato la scelta dei musicisti; l'aver individuato dieci anni fa, quando erano appena emergenti, grandi talenti come Achille Succi, Fausto Beccalossi, Roberto Dani e Salvatore Maiore. Se merito c'è da parte mia, sta nell'aver colto la loro predisposizione alla trasversalità e la loro curiosità nei confronti del materiale popolare, quindi aver proposto con continuità stimoli ad un approccio trasversale e non convenzionale al lavoro del Gramelot. La longevità probabilmente deriva dall'aver creato un organico dove tutti si sentono stimolati a contribuire con idee proprie. Questo ci ha permesso di sopravvivere anche nei periodi di scarsa attività live e di crescere gradualmente come gruppo con un costante lavoro di prove. Ammetto che possa sembrare un'anomalia in Italia, dove, come è noto, molti gruppi provano il repertorio solo durante il sound-check prima del concerto. A parte gli scherzi (ma non troppo) spero ovviamente che questa dimensione di laboratorio creativo abbia ancora lunga vita, compatibilmente con gli impegni crescenti da parte di tutti i componenti del gruppo, da tempo musicisti di primo piano sulla scena jazzistica nazionale.


AAJ: Quali chitarristi (o musicisti in generale) ti hanno influenzato maggiormente?

S.G.: Sul piano musicale in senso lato, credo di aver subito influenze da parte di grandi "esploratori" come Miles Davis, Joe Zawinul, Egberto Gismonti, John Coltrane, ma anche Joni Mitchell e Bill Frisell. Più vicino a noi, l'Enrico Rava dell'epoca di "String Band" è sicuramente una delle mie influenze più importanti. Un suo concerto a Mantova nel 1984, con Tony Oxley, mi aveva letteralmente sconvolto. Sul piano chitarristico individuo solo alcuni caposcuola, Django Reinhardt e Jim Hall, e ad un secondo livello strumentisti di "mediazione" come Pat Metheny o Frisell stesso, che hanno avuto comunque importanza per avvicinarmi ai maestri. Durante l'adolescenza ho ascoltato e studiato a livello maniacale Jimi Hendrix, anche lui un innovatore in senso assoluto, ma a livello di sonorità dopo il Trapezomantilo ho trovato una dimensione più vicina alla mia sensibilità nel suono dello strumento acustico.
Credo che la prima "sberla", proprio quando avevo sedici anni e ascoltavo solo Led Zeppelin, Genesis e Jimi Hendrix, sia stato il casuale ascolto di "Nuages" di Django: assolutamente incomprensibile a livello chitarristico per le mie conoscenze di allora, ma assolutamente folgorante per il mio orecchio. Ancora oggi proseguo nel tentativo di comprensione!!!!


AAJ: Tra i molti dischi che hai realizzato a quale -emotivamente- ti senti più legato?

S.G.: È difficile dirlo, perché ognuno è un tassello di un cammino, però parlando di emozione, posso citarne tre: il primo disco in assoluto inciso (con il Trapezomantilo di Mauro Negri), il primo disco da solista (con Enrico Rava) e quello inciso nel 2001, My Secret Love, un disco inciso di getto, senza alcuna preparazione, in un momento molto doloroso successivo alla scomparsa di mio padre.


AAJ: E quello che ti rappresenta meglio?

S.G.: Qui è più facile rispondere: tutti e tre i dischi del Gramelot Ensemble incisi per la Felmay: Cantador del 2000, Chorale del 2002 e il recentissimo Dancin'Roots. Tuttavia devo dire che il Gramelot, di cui spero poter pubblicare prima o poi una registrazione dal vivo, è giunto forse al suo massimo livello di maturazione proprio in concerto.
Le registrazioni del tour estivo del 2003 con Ralph Alessi, che comprendono anche alcuni brani di Dancin' Roots (allora inediti) più tutti i migliori brani dei precedenti dischi, sono il migliore esempio dello spettacolo del Gramelot attuale.


AAJ: Puoi ricordare i primi anni della tua carriera, prima a Castiglione delle Stiviere e poi a Mantova?

S.G.: Vivere in una piccola cittadina in provincia di Mantova, città che è tutto sommato anch'essa un "paesone" sostanzialmente lontano dal flusso delle idee e delle novità, comporta delle difficoltà e ben pochi vantaggi.
Questo sia per il forte campanilismo che faceva guardare con sospetto (da parte del ristretto circolo dei musicisti mantovani "di città") al chitarrista "castiglionese", ma anche e soprattutto per l'assoluta assenza di un insegnante di chitarra nel mio paese. Questo mi ha costretto dai 13 ai 18 anni a suonare e praticare lo strumento senza conoscere l'abc della musica e della chitarra, esclusivamente imparando dai dischi.

È vero che questo mi ha migliorato molto dal punto di vista dell'orecchio musicale, però arrivare a 18 anni senza conoscere, che so, la semplice armonizzazione della scala maggiore, è stato un duro percorso formativo.
Una volta terminato il liceo, iniziando l'università, ho avuto finalmente la possibilità di seguire le prime lezioni di un ottimo chitarrista mantovano, Giorgio Signoretti, al quale devo moltissimo. La sua ala protettiva mi è servita anche per entrare rapidamente nel "giro" mantovano, peraltro davvero ristrettissimo. Da universitario a Bologna ho iniziato a seguire le jam all'Osteria dell'Orsa, di cui sono stato frequentatore fisso nei primi anni '80. Allora era il jazz club più importante della città, così vi ho potuto ammirare un po' tutti i solisti che allora giravano: da Nocella a D'Andrea e Luigi Bonafede eccetera. Da lì ho iniziato a definire meglio il mio interesse per il jazz, che fino ad allora conoscevo solo attraverso i dischi di mio padre.


AAJ: Cosa ti ha lasciato l'esperienza con il Trapezomantilo, accanto a Mauro Negri, Marco Remondini e Riccardo Biancoli?

S.G.: Bei ricordi, perché mi sono ritrovato coinvolto da Negri (allora come oggi "il personaggio del jazz" a Mantova) in un gruppo creativo che sfiorava in maniera disinvolta e un po' sfacciata tutti i generi e le modalità del jazz.
È stata, per così dire, un bell'ingresso dalla porta principale. con tutti i rischi che ciò comporta. Trovarsi di colpo a suonare in Festival come Clusone, Vignola eccetera è stato un forte stimolo per la mia crescita strumentale e per la comprensione del ruolo della chitarra. Inoltre, suonare col violoncello senza contrabbasso mi ha costretto ad inventare di tutto per "sopravvivere", a livello armonico e di sonorità. Sono stati cinque anni di crescita e al contempo di seri interrogativi sulle problematiche di convivenza fra musicisti in un gruppo, cose che ho messo a frutto nel momento di dar vita al Gramelot.


AAJ: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

S.G.: Mi sto convincendo che le "divagazioni" dal mio percorso principale col Gramelot non sono granchè fruttuose e anzi risultano dispersive; così credo che porterò avanti nel tempo solo un paio di progetti diradando le mie uscite discografiche. Ho appena partecipato in Germania, a Colonia, all'incisione di un lavoro a nome del sopranista Nicolas Simion, in un quintetto che comprende anche Zoltan Lantos al violino e Krunoslav Levacic alle percussioni. Probabilmente l'anno prossimo gireremo un po' in Germania e nell'Est Europeo. Tuttavia sono sempre meno convinto che il suonare trenta concerti al mese con trenta repertori differenti, come tentano di fare anche musicisti nostrani sulla cresta dell'onda, sia significativo a livello di qualità artistica. Per me la musica rimane solo un piacere assoluto e una fonte di stimoli, non accetterei più che diventasse un lavoro in senso stretto. Anni fa ho trascorso anch'io mesi a girare come una trottola, fra treni, aerei e interminabili viaggi in coda in autostrada. Ora, al di là di rispondere agli inviti che vengono (fortunatamente abbastanza spesso) a presentare la musica del Gramelot, posso anche rimanere a casa a studiare, rivolgermi con la cassa della chitarra verso la collina e cantare, oppure andare a mangiare con mia moglie e mio figlio un bel piatto di "capunsèi". La mia attività d'insegnante di chitarra part-time mi consente di scegliere.

Parlando più concretamente, ho in mente un prossimo lavoro del Gramelot in cui spero di coinvolgere ancora Erik Friedlander, un altro straordinario musicista di frontiera che mi ha lasciato un patrimonio di stimoli in pochi giorni di lavoro comune.
Il mio progetto principale come musicista rimane...imparare da coloro che mi offrono stimoli... Lì vale la pena di spendere tutte le energie.


Sito di Simone Guiducci:
www.simoneguiducci.com



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