Maggio 2002
"Ho cercato di non pensare ai confronti storici e le ragioni che mi hanno spinto sono state altre. Gli ultimi dischi di piano solo
in studio li avevo realizzati nei primi anni ottanta per la Red Records. Le cose più recenti, "Live in Perugia" e quello dedicato a
Chet Baker, sono infatti ripresi durante concerti.
Devo dire che quest'idea un po' pazza di Piangiarelli, è venuta in fondo abbastanza a proposito perché prima o poi avrei voluto
fare qualcosa da solo e in studio. Otto dischi magari sono tanti ma, in linea di massima, in questi vent'anni ho praticato molto il
piano solo e ho sviluppato tante cose. I dischi di Veschi rappresentano ormai solo una parte di quello che è
il mio pianismo attuale. Ad esempio non dicono niente su come tratto gli standard, un aspetto, secondo me, di una certa importanza."
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Intervista a Franco D'Andrea
Angelo Leonardi
Il pianista Franco D'Andrea parla del suo ultimo, poderoso,
lavoro discografico: otto volumi in piano solo registrati per
l'etichetta Philology, che al momento ha pubblicato i primi quattro [per leggerne la recensione
clicca qui].
È un'occasione per riflettere sulle possibilità espressive di questa
formula, a vent'anni di distanza dai suoi primi dischi in solo,
Dialogues with Super Io ed Es, incisi per la Red Record.
All About Jazz: Nelle note che hai scritto nei booklet di quest'impresa
discografica ricordi che il tuo unico spartito erano otto foglietti, con il
solo elenco dei brani da suonare. Vogliamo partire da qui? Come ti sei
orientato nella scelta?
Franco D'Andrea: Vorrei ricordare intanto che questa prima serie di
quattro volumi fa parte di un progetto che si articola in otto dischi già
realizzati, da concepire come una cosa unitaria. A questa prima uscita ne
seguirà un'altra, con il resto del lavoro. I temi dei singoli dischi vogliono
coprire tutto un panorama che mi è caro.
Nella scelta del repertorio anche il produttore, Paolo Piangiarelli,
aveva piacere che affrontassi certe tematiche e ha suggerito qualcosa
ma al di là di questo ho deciso in piena autonomia tutti i percorsi.
Mi sono fatto una scaletta dei brani che ritenevo significativi da vari punti
di vista o quanto meno stimolanti per l'improvvisazione.
I prossimi compact copriranno tematiche meno consuete come quelli
comprendenti anche valzer viennesi, canzoni napoletane oltre a
brani di jazz classico. Anche quest'ultimo argomento è stato per me
una novità assoluta, visto che non me n'ero mai occupato in modo
organico. Infine ci sarà un disco dedicato alle musiche di Ellington
che è certo una scelta comune ma io non l'avevo mai affrontata.
AAJ: Tornando ai primi quattro dischi spiccano due personali omaggi:
il volume tre è dedicato a Phil Woods e il quattro a Gato Barbieri.
Come nascono e come valuti questi lavori?
F.D.: Parto dal lavoro su Phil. Egli ha inciso tempo addietro un
disco con mie composizioni e ho ritenuto di dover ricambiare. È un
omaggio alla sua personalità e al suo modo di vedere il jazz. A questo
si aggiungono altri due aspetti: Piangiarelli, che è un cultore folle
del sassofonista, mi ha suggerito alcuni lati del primo Woods che non
conoscevo. Mi riferisco ad alcuni suoi primi dischi, abbastanza
sconosciuti che mi ha prestato e da cui ho tirato giù ad orecchio
alcune belle composizioni giovanili. Poi lo stesso Phil mi ha
fornito alcune sue partiture come ad esempio "My Man Benny". Ho
pensato che fosse dedicato a Benny Carter e l'ho interpretato in
modo da simboleggiare l'amore che lui ha per la tradizione. "Gar's Waltz"
è un altro tema che mi ha dato Phil come "Ode a Jean Louis" che il
sassofonista incise ai tempi dell'European Rhythm Machine.
"Banja Luka", "House of Chan" o "But George" sono tutti pezzi presi
da vecchi dischi degli anni cinquanta.
AAJ: E cosa ci dici del disco sulle composizioni di Barbieri?
F.D.: Come sai io conosco Gato dai tempi del suo lontano soggiorno romano,
prima ancora che incidesse con Don Cherry e poi imboccasse la strada latina.
Anche qui c'è dunque un omaggio personale. Per quanto riguarda l'aspetto
musicale questo disco si colloca all'estremo, come concezione, rispetto al
volume 2, Abstractions. Credo che nella musica coesistano, in modalità
diverse, un aspetto astratto ed uno concreto. In questi otto dischi ho
voluto compiere un excursus dall'estrema astrazione all'estrema concretezza:
man mano che affrontavo i brani di Gato mi veniva spontaneo collegarmi al
loro spirito cantabile.
Quindi è venuta una cosa che, in fondo, ha un suo particolare colore mentre
la musica di Abstractions è più criptica, più dura ed estrema sotto
quest'aspetto. È più dominata dalla velocità, dal lavoro su strutture inconsuete
e rappresenta quindi l'altra faccia della medaglia.
AAJ: Nei mesi in cui valutavi la proposta di Piangiarelli per questi
otto album ti ha sfiorato l'idea di un possibile confronto critico con
alcune storiche incisioni di piano solo? Penso ovviamente ai lavori di
Art Tatum ma anche a Lennie Tristano o Bill Evans.
F.D.: Sai, il confronto più imbarazzante è quello con Tatum, proprio
perché lui realizzò una cosa di questo genere. Incise quella specie di
maratona enorme con il fiato di Norman Granz sulle spalle...
AAJ: ...la cosa drammatica è che quell'eminente lavoro fu anche aspramente
criticato...
F.D.: Lo so, lo so, conosco la storia... comunque ho cercato di non
pensare ai confronti storici e le ragioni che mi hanno spinto sono state
altre. A ben guardare gli ultimi dischi di piano solo in studio li avevo
realizzati nei primi anni ottanta per la Red Records. Le cose più recenti,
Live in Perugia e quello dedicato a Chet Baker, sono infatti ripresi
durante concerti.
Devo dire che quest'idea un po' pazza di Piangiarelli, è venuta in
fondo abbastanza a proposito perché prima o poi avrei voluto fare
qualcosa da solo e in studio. Otto dischi magari sono tanti ma,
in linea di massima, in questi vent'anni ho praticato molto il
piano solo e ho sviluppato molte cose. I dischi di Veschi rappresentano
ormai solo una parte di quello che è il mio pianismo attuale. Ad esempio
non dicono niente su come tratto gli standard, un aspetto, secondo me,
di una certa importanza."
AAJ: Hai registrato tutto in tre mattinate e due pomeriggi. Ci sono
anche versioni alternative che avete deciso di non includere?
F.D. : No, no. Questo è tutto. Proprio tutto quello che ho inciso,
in tempo reale e in versione unica. In definitiva non sono stato poi
moltissimo a registrare anche perchè le mattinate e i pomeriggi sono
stati piuttosto contenuti. Diciamo tre ore la mattina e tre il
pomeriggio, comprese le pause tecniche. Solo l'ordine delle esecuzioni
era casuale, in quanto seguiva un po' il desiderio del momento, anche
se poi i brani sono stati riordinati nei differenti volumi.
AAJ: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di lavorare in piano solo?
F.D.: Guarda, il vantaggio enorme, secondo me, è quello di essere completamente
libero. Puoi fare davvero qualunque cosa, anche se c'è una responsabilità
enorme, che è tua e solo tua. La difficoltà è quella di creare qualcosa che
abbia una forma musicale, qualcosa che funzioni, che sia significativa, che
abbia una validità. Il pianoforte è un po' come un'orchestra. Se tu lo
concepisci orchestralmente, ed è questa un po' la mia concezione, allora
si hanno in mano delle possibilità enormi. Ti si aprono moltissime soluzioni
e non devi comunicare a nessuno quanto tu deciderai di usare questa o
quella tecnica, quella data struttura o quando quel certo tema entrerà
nel flusso dell'improvvisazione.
AAJ: E gli svantaggi?
F.D.: Come ti dicevo c'è la grande responsabilità, ma in definitiva
non percepisco degli enormi svantaggi. Sono contento di suonare da solo;
è qualcosa che mi dà grande soddisfazione. Del resto, se pensi che gli
altri aspetti miei, almeno in questo momento, sono il quartetto e
l'ensemble di undici elementi le varie esperienze si equilibrano.
AAJ: Qualche anno fa hai scritto su "Musica Jazz" che "la pratica
temporanea del piano solo può accrescere la conoscenza della propria
personalità". Vedo il pianoforte assumere il ruolo del lettino nello
studio dello psicoterapeuta o, meglio, della barca per il navigatore
che solca gli oceani...
F.D.: Giusto. Pensa che i due dischi che feci per Veschi si collocano
alla base di tutto il lavoro che ho fatto dopo. In qualche maniera hanno
prefigurato il mio futuro perché lì ho cominciato a mettere a punto i
meccanismi, a scoprire dove volevo andare... lì poi, addirittura, c'era nei titoli
un richiamo psicoanalitico per cui... più chiaro di così. Se quei lavori
sono stati un po' il laboratorio di qualcosa che doveva ancora venire,
credo che questi dischi siano un po' diversi in quanto iniziano a
tirare delle somme rispetto a vent'anni di lavoro."
AAJ: Una tua valutazione conclusiva?
F.D.: Personalmente, per il mio modo di vedere, sono soddisfatto. Nel
bene o nel male questa cosa è molto consona al mio modo attuale di
vedere la musica ed è secondo me più maturo rispetto ai dischi in studio
di vent'anni fa. Questi anni,per fortuna, non sono passati inutilmente.
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