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Recensione live

Gennaio 2003

John Cage
G.A.M.O. - Gruppo Aperto Musica Oggi
Conservatorio "Luigi Cherubini" - Firenze - 12.12.2002


Sebastiano Mattia Bon

Il Novecento è stato un secolo di grandi esplorazioni musicali, alla scoperta di isole sonore fino ad allora vergini e sconosciute. La prima isola che viene in mente è quella del rumore, il cui principale scopritore fu Edgar Varèse. Ma non meno importante fu la scoperta del silenzio, con John Cage quale massimo esploratore. Il silenzio, ha scritto Cage,

"è quell'aspetto del suono che può essere espresso sia dal suono che dalla sua assenza, tanto positivamente che negativamente."

Punto di arrivo di questa ricerca è il celebrrimo brano "4'33''" (1952), seguito da "5'07''", entrambi in tre "movimenti" (ove i numeri stanno ad indicare la durata dell'"esecuzione": si fa per dire, dato che gli esecutori non devono far altro che tacere, immobili, per l'intera durata del brano).

"Il silenzio non esiste" ha scritto a tal proposito Cage. "Ciò che ascoltando "4'33''" taluni credevano fosse silenzio, poiché ignoravano come ascoltare, è pieno di suoni accidentali. Alla prima esecuzione si poteva sentire, durante il primo movimento, il vento che soffiava dall'esterno. Durante il secondo gocce di pioggia cominciarono a picchiettare sul tetto, e durante il terzo la gente stessa produsse ogni genere di suono interessante parlando o uscendo dalla sala."

E proprio "5'07''" è stato il brano che ha chiuso il concerto dello scorso 12 dicembre, tenutosi al Conservatorio "Luigi Cherubini" di Firenze nell'ambito della programmazione del G.A.M.O., Gruppo Aperto Musica Oggi, e dedicato, a dieci anni dalla scomparsa, alle musiche cameristiche di Cage. Il non foltissimo pubblico, in questo caso, è stato più educato, perché non ha parlato né tantomeno è uscito dalla sala; anche perché gli esecutori erano fra i massimi specialisti di musica contemporanea, ed erano riusciti a tener ben desta l'attenzione fino a quel momento.

Certo, quelle di Cage possono apparire mère provocazioni, specialmente a descriverle a parole (anche se non mancano opere "belle" e più strutturate, come alcune pagine per pianoforte preparato, senz'altro la più celebre invenzione del compositore di Los Angeles). Ma assistere di persona ad un concerto di Cage è tutt'altra esperienza, dato che caratteristica fondamentale della sua opera è la gestualità, talvolta la vera e propria teatralità.

Il concerto cui abbiamo assistito, ad esempio, si apriva con un'entrata ieratica del percussionista Jonathan Faralli e del soprano Francesca Della Monica, che in duo hanno eseguito i "Ryoanji Solos" e "For Ever and Sunsmell". Il primo brano dispiega un vasto campionario di possibilità vocali, dai gorgoglii ai suoni strozzati, dai bisbigli al canto tradizionale. Alla fine, i due uscivano com'erano entrati, quasi sacerdoti buddisti al termine di una cerimonia (ed il piatto suonato a mano da Faralli ricordava inequivocabilmente un gong). Il secondo pezzo inizia e finisce con la reiterazione ossessiva di un intervallo di quinta, e contiene al suo interno una sezione più ritmica, quasi swingante, fondamentalmente pentatonica, che rivela le radici americane del compositore.

Il "gesto rappresentativo" dominava anche in "Music for Piano 69-78", eseguito per due pianoforti da Giancarlo Cardini e Daniele Lombardi. Ha scritto Cage nel suo libro "Silence" che "in questo pezzo le note sono state determinate dalle imperfezioni della carta sopra la quale la musica fu scritta; il numero delle imperfezioni è stato determinato da operazioni casuali". I due esecutori potevano ricordare due bambini nell'atto di esplorare le possibilità sonore di un nuovo giocattolo (ricordiamo che Cage è autore anche di musica per toy piano), pizzicando, percuotendo con oggetti vari o strofinando con un nastro le corde, oppure dando colpi sul coperchio o sui fianchi degli strumenti.

Abbiamo accennato al buddismo e al caso: sono altri due aspetti fondamentali, e strettamente collegati, dell'arte di Cage, in cui sono racchiusi l'originalità e al tempo stesso i limiti della sua poetica. Secondo il buddismo "Zen", approfondito da Cage sotto la guida di Daisetz Suzuki, l'illuminazione giace in noi stessi, e dev'esser raggiunta tramite la meditazione, la quale - a sua volta - è massimamente efficace se praticata "senza intenzione". L'illuminazione può essere espressa solamente tramite il silenzio (ecco il motivo dell'interesse di Cage per quest'aspetto della musica). Mentre dalla "non intenzionalità" derivano le tecniche aleatorie di composizione, che assegnano al caso la scelta di alcuni parametri musicali. L'interesse per le religioni, le filosofie e le arti orientali avvicina Cage a molti artisti dell'epoca: pensiamo ad esempio a John Coltrane, e al flusso ipnotico della sua musica. Nei due artisti gli esiti sono completamente diversi. Ma son due facce della stessa medaglia: la negazione dell'aspetto soggettivo dell'arte, l'annullamento dell'io nella trance o nell'aleatorietà della produzione artistica.

Resta da parlare degli altri due brani eseguiti, "Atlas Eclipticalis" (1961-'62) e "Two", una delle ultime opere del californiano. Il primo ha visto l'esibizione in solo del flautista Roberto Fabbriciani, rigoroso e puntuale come sempre. Qui la scelta delle note fu effettuata da Cage utilizzando alcune carte astronomiche (da cui il titolo). E la musica rispecchia in qualche modo questa origine, dipingendo un paesaggio "astrale" di note isolate, stelle di luminosità varia che il flauto di Fabbriciani fa brillare nel silenzio della sala. In "Two", riflessivo e pacato duetto di Fabbriciani e Cardini, accordi alternativamente dissonanti e consonanti del pianoforte si estinguono lentamente, mentre il flauto esegue solo note lunghe e gravi, dando luogo forse al momento più riuscito dell'intera serata.



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